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Palermo nel Settecento
Con Vittorio Amedeo II i palermitani sperarono di essersi liberati per sempre degli Spagnoli.
Ma la severa politica del nuovo sovrano, le sue controversie con la Chiesa e le sue riforme suscitarono non pochi malcontenti.
Di questa situazione ne approfittarono subito gli Spagnoli che cercarono di riconquistare l'isola provocando però l'intervento degli Austriaci che, dopo un'anno di duri combattimenti, riuscirono a prendere la Sicilia sotto il potere di Carlo VI.
Ma il governo austriaco, non meno severo del precedente, ebbe almeno il merito di potenziare le industrie e il commercio.
Fu nel 1734 che una nuova spedizione spagnola riuscì ad occupare l'isola che, sotto Carlo III di Borbone, fu unita al regno di Napoli.
Con Carlo III di Borbone fu regolamentato il sistema commerciale ed economico della città, si tentò di combattere la povertà con opere pubbliche; si procedette ad un censimento della popolazione e si favorì la diffusione della lingua italiana.
La nobiltà palermitana cominciò a dedicarsi a continue feste, dove ogni piacere ed ogni sfrenatezza erano consentiti.
Risalgono a questo periodo le fastose ville nobiliari che si trovano non solo a Palermo ma anche a Bagheria, Trabia e Carini.
Al lusso, agli eccessi e ai piaceri mondani della nobiltà si opponeva però la povertà del popolo palermitano sul quale infierivano carestie ed epidemie.
Nel 1759 a Carlo III succedette Ferdinando IV che, con l'aiuto del vicerè Caracciolo, si dedicò alla soluzione di parecchi problemi.
Il 27 luglio del 1783 Caracciolo partecipò alla distruzione dell'archivio della Sacra Inquisizione: in un rogo durato più di ventiquattr'ore, furono bruciati documenti, strumenti di tortura e tutto quanto potesse ricordare quell'abietto e crudele strumento di potere.
Nello stesso anno il vicerè attuò vantaggiose riforme più liberali ed un'ansia di rinnovamento pervase gli ultimi anni del dominio borbonico.

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